Questione Meridionale o Questione Meridionali?

 “Prima negare. Poi giustificare, dando sempre le colpe agli altri. Giustificare solo con la carenza di risorse la cattiva organizzazione dei servizi pubblici, il disastro in cui versa la sanità al Sud, i ritardi e le arretratezze di scuola e università. Tacere sulle opere finanziate e mai realizzate o, peggio ancora, su quelle avviate e mai completate. Considerare irrilevante il grande spreco della mancata spesa dei fondi europei. E ridimensionare perfino la portata della corruzione, del clientelismo e delle grandi ruberie sulle risorse destinate al Sud, seppur tagliate.” (Claudio Scamardella).

 Il potere nel Mezzogiorno, quello vero, prima ancora che nei partiti e nella politica, prima ancora che nei soggetti economici e istituzionali, ha avuto il suo centro di gravità e, soprattutto di continuità, nel blocco che si è costituito intorno alle élite della borghesia delle professioni e della borghesia intellettuale.

È questa borghesia, avocati, medici, magistrati, professori universitari e baroni, architetti e ingegneri, burocrati e funzionari di stato, che ha dato o ritirato la delega alla politica, contrattandola non sulla base degli interessi generali ma in virtù delle utilità personali, perseguendo non un disegno complessivo di organizzazione della società ma inseguendo la soddisfazione di esigenze cooperative e di bisogni particolari. Ed è questa borghesia che ha scelto chi e per quanto tempo dovesse governare città, province e regioni meridionali.

Ed è questa borghesia che tra incarichi e nomine, relazioni amicali e scambi di favori in apposite “camere di compensazione”, reti protettive, passaggi di carriera, nepotismi e, non ultimo, il controllo indiretto dei flussi della gestione pubblica, è stato il più grande centro di conservazione e coacervo di interessi corporativi che hanno contribuito all’immobilità, oltre che agli sprechi e alle inefficienze, del Mezzogiorno.

Così facendo siamo riusciti a bruciare un’altra generazione e la prossima sta già scappando, lasciandoci una terra di vecchi.

 Stavolta, almeno stavolta, non possiamo autoassolverci e convincerci che le colpe siano solo degli altri, le responsabilità da ricercare solo all’esterno, gli inganni e i tradimenti perpetrati solo da chi è lontano da noi. Le colpe, stavolta sono anche nostre, se non quasi esclusivamente nostre, per esserci ingannati da soli, finendo per tradire noi stessi. Le colpe sono delle nostre classi dirigenti, della cultura e delle élite intellettuali per aver ignorato, o fatto finta di ignorare, che la vecchia “cassetta degli attrezzi” del meridionalismo è diventata da molti anni inadeguata, anzi dannosa per l’analisi e per la proposta.

Abbiamo sbagliato a non capire che il fallimento delle politiche pubbliche nel Sud non era dovuto solo alla quantità delle risorse disponibili, ma soprattutto alla scarsa qualità della spesa e a quel circolo vizioso tra società decomposta e disordine politico che tiene prigioniero il mezzogiorno da molti secoli.

Abbiamo sbagliato a stare fermi e a temere qualsiasi cambiamento, crogiolandoci perfino nella nostra lentezza o consolandoci con la retorica delle nostre eccellenze, mentre il mondo non era e non è più lo stesso.

Abbiamo sbagliato a non capire che il divenire della storia ci imponeva un cambio di paradigma radicale di aspettative: non più che cosa possano (e debbano) fare gli altri per noi, ma che cosa il Sud può offrire e dare agli altri.

Fino al crollo del Muro di Berlino, il Mezzogiorno d’Italia era stato una degli avamposti strategicamente rilevanti dal punto di vista geografico e militare per l’occidente capitalistico e per l’alleanza atlantica nella difesa dalla minaccia del comunismo sovietico. La fine della Guerra fredda diluisce fino a esaurire questa rilevanza del Sud e comincia a prosciugare il brodo di cultura che aveva alimentato nel corso dei decenni un “paternalismo interessato” verso il Mezzogiorno.

Dunque, dopo il crollo del Muro di Berlino, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica-digitale spazzano via le tre “attrazioni” di interesse e attenzione per il mezzogiorno:

Il più grande mercato dei consumi di beni prodotti, dall’economia del Nord non è più appetibile.

Il Sud perderà pure la funzione di riserva demografica del paese, sia perché anche il Sud inizia a sperimentare la crescita zero, ma anche perché al Nord arriva il contributo da parte dell’immigrazione.

Infine il Sud perde attrattività e interesse anche come area di insediamento di segmenti dell’industria pesante e di approvvigionamento energetico.

La “questione meridionale” si scioglie come “questione nazionale” e come “problema occidentale”. A essa subentra la “questione meridionali”, che gli stessi meridionali, primi fra tutti, siamo chiamati ad affrontare e contribuire a risolvere, non essendoci più protettori interessati a sostenerci.

E in questo mutato contesto che si impone la necessità e l’urgenza di un cambio radicale di aspettative, prima di tutto nel modo di pensare: non più cosa possano (e debbano) fare l’Italia, l’Europa, l’occidente per il Sud, ma che cosa il Sud può dare all’Italia, all’Europa e al mondo. Il vecchio meridionalismo anche quello ereditato dai filoni più nobili, colti e raffinati, comincia così a rivelarsi anacronistico. E anche dannoso. Dopo le fratture e le rotture storiche di fine millennio, andrebbe rivisitato e aggiornato dalla cultura, dell’intellettualità e delle classi dirigenti meridionali.

Ma, tranne voci isolate fuori dal coro, la svolta non ci sarà. Per altri trent’anni, stancamente e pigramente, si continuerà a invocare la “questione meridionale” come “questione nazionale”, illudendosi o fingendo di illudersi che in un mondo in veloce e tumultuosa trasformazione, proiettato nel terzo millennio, esista ancora qualcuno o qualcosa capace di prestare interesse e attenzione a quella invocazione. Tempo perso.

L’idea che lo sviluppo economico potesse essere generato dal solo intervento dello Stato, senza una contemporanea rivoluzione culturale e di mentalità capace di far dispiegare tutto il potenziale dei piani di aiuto, si è rivelata fallace. Perché l’industria, il mercato, la borghesia imprenditoriale, il merito e la concorrenza, l’innovazione, il rispetto delle regole e dei patti di convivenza, la cultura economica e sociale non possono dipendere soltanto dagli interventi di entità esterne. Lo Stato può accompagnare e aiutare, ma non può essere l’unico propulsore e diffusore dello sviluppo economico.

Se continuiamo a pensare e a fare le cose di sempre, otterremo i risultati di sempre.

Così i giovani continueranno a emigrare, mentre noi, con grande ipocrisia, continueremo a invocare gli interventi e gli aiuti dello Stato, dimenticando, o fingendo di dimenticare, gli sprechi di opportunità in casa nostra.

Ispirato da “le colpe del sud” di Claudio Scamardella edito Manni

Giovanni Matera

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