Pensare è un atto di coraggio: come difendersi dalle trappole della propaganda.

“Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario”.

Le parole non sono mai neutre. Saper distinguere quelle che mistificano da quelle che illuminano significa difendere lo spazio comune della verità e della democrazia.

(Gianrico Carofiglio)

Ci sono partite che sembrano perse prima ancora di iniziare. Non perché manchino le idee, le competenze o i valori, ma perché qualcuno ha già deciso il campo da gioco. “Chi definisce il campo da gioco ha già vinto metà della partita”, ci ricorda George Lakoff, uno dei più lucidi studiosi dei meccanismi cognitivi che guidano il nostro modo di pensare, comunicare e scegliere.

Ed è proprio qui che si annida una delle trappole più insidiose del nostro tempo.

La provocazione come strategia. Un leader populista lancia un’affermazione scioccante: “I migranti portano malattie”, “L’Europa vuole cancellare il Natale”, “Ci obbligheranno a mangiare insetti”. Frasi false, quando non grottesche. Eppure funzionano. Perché mentre esperti, giornalisti e cittadini responsabili si affannano a smentire, a portare dati, a spiegare, il messaggio ha già fatto il suo corso. È stato ascoltato, condiviso, commentato. Il seme del dubbio è stato piantato.

Nel frattempo, il provocatore è già altrove. Un nuovo allarme, un nuovo nemico, un nuovo slogan. La verità resta indietro, affannata, sempre in rincorsa.

Il paradosso del dibattito democratico. In una democrazia sana siamo educati a pensare che ogni affermazione meriti un confronto, un contraddittorio, una discussione aperta. Ma cosa accade quando l’affermazione è deliberatamente falsa? Quando non nasce dal desiderio di comprendere la realtà, ma da quello di distrarre, polarizzare, confondere?

Accettare il confronto nel merito apparente di queste frasi significa cadere nella trappola. Perché così facendo legittimiamo una bugia come se fosse un’opinione. La trattiamo come un fatto discutibile, quando in realtà è solo uno strumento di manipolazione.

Nel linguaggio della comunicazione populista, il “merito” semplicemente non esiste. Esiste solo l’effetto.

Quando una bugia diventa “reale”. La trappola funziona in modo sottile ma potentissimo: ci costringe a discutere di una realtà che non esiste, ma che diventa reale solo perché è stata nominata. È la logica dell’inquinamento informativo, teorizzata senza pudore da Steve Bannon: riempire lo spazio pubblico di rumore, di falsità, di provocazioni continue, fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso.

Il nostro istinto ci spinge a reagire. A correggere. A rimettere ordine. È umano, è nobile. Ma spesso è inefficace. Anzi, controproducente. Perché ogni volta che ripetiamo quella frase – anche per smentirla – la rafforziamo. Le diamo nuova vita. La aiutiamo a fissarsi nella mente di chi ascolta.

La vera sfida: smascherare il metodo. La questione, allora, non è rispondere punto per punto. La questione è smascherare la trappola, non il suo contenuto. Spostare l’attenzione dal cosa viene detto al come e perché viene detto.

È qui che torna utile il cosiddetto “metodo del panino”, elaborato da George Lakoff. Un approccio semplice, ma profondamente efficace, perché rispetta il modo in cui il nostro cervello funziona davvero.

Il metodo del panino: tre strati di consapevolezza. Come un panino, anche una risposta efficace ha tre strati.

Primo strato – La nostra cornice
Si inizia riformulando il discorso nei nostri termini. Non si reagisce d’impulso. Non si nega subito l’affermazione. Si propone invece la propria visione, i propri valori, la propria interpretazione della realtà. È un atto di leadership comunicativa.

Secondo strato – Lo smascheramento
Solo a questo punto si mostra perché l’affermazione dell’altro è fuorviante, falsa o pericolosa. Non con rabbia, ma con chiarezza. Non entrando nel gioco, ma illuminandone i meccanismi.

Terzo strato – Il ritorno ai valori
Si chiude ribadendo la propria cornice valoriale. Perché le persone non si muovono solo con i dati, ma con il senso. Con ciò che riconoscono come giusto, umano, desiderabile.

 

Perché funziona. Il nostro cervello non elabora informazioni come un computer. Non accumula dati isolati. Ragiona per schemi interpretativi, per cornici. Se accettiamo quella dell’altro – anche solo per negarla – la rafforziamo. Il metodo del panino, invece, ci permette di restare nella nostra cornice e di accompagnare chi ascolta dentro di essa.

È un esercizio di autocontrollo, di maturità, di responsabilità. Ed è una competenza fondamentale oggi, non solo per chi fa politica o informazione, ma per imprenditori, docenti, educatori, genitori, cittadini consapevoli.

Una questione umana, prima che comunicativa. Evitare le trappole non significa tacere. Significa scegliere come parlare. Significa non lasciare che siano altri a decidere il terreno su cui giochiamo la nostra partita umana, professionale e civile.

In un tempo in cui il rumore è assordante, la vera rivoluzione è la lucidità. La vera forza è la gentilezza ferma. La vera leadership è saper restare fedeli ai propri valori anche sotto attacco.

Perché crescere, oggi, significa anche imparare a pensare meglio, a comunicare meglio, a difendere la verità senza farci usare dalle bugie altrui.

Giovanni Matera

Per consultare altri miei artico

www.giovannimatera.it

 

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