Il passato che non vogliamo ricordare.

 

Il colonialismo italiano e il coraggio della verità. La storia non si cancella, si conosce. Perché un Paese cresce davvero quando trova il coraggio di guardare anche le pagine più difficili del proprio passato.

 

C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: quanto conosciamo davvero la nostra storia?

Siamo cresciuti ascoltando il racconto di un’Italia fatta di lavoratori, emigranti, famiglie e persone generose. Un popolo capace di costruire, sacrificarsi e portare nel mondo la propria cultura. Ma esiste anche un’altra storia. Una storia che per troppo tempo abbiamo raccontato a metà.

È quella del colonialismo italiano in Africa, delle conquiste militari, delle violenze e di una memoria nazionale che ha spesso preferito il conforto del mito alla complessità della verità. Conoscere questa storia non significa rinnegare il nostro Paese. Significa imparare a conoscerlo davvero.

Il mito degli italiani brava gente. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, l’Italia costruì il proprio dominio coloniale in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. L’espansione veniva presentata come una missione civilizzatrice, un’opportunità economica e una risposta alle difficoltà di una nazione giovane, attraversata dalla povertà e dall’emigrazione.

Si raccontava che gli italiani, a differenza di altri colonizzatori europei, fossero soprattutto lavoratori, costruttori e portatori di progresso. Nasceva e si consolidava così il mito degli italiani brava gente. Una narrazione rassicurante, che ha attraversato il fascismo ed è sopravvissuta anche nell’Italia repubblicana.

Eppure, come hanno documentato storici quali Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e Nicola Labanca, il colonialismo italiano fu caratterizzato anche da repressioni, deportazioni, discriminazioni razziali e violenze contro le popolazioni africane.

Durante la conquista dell’Etiopia, nel 1935-1936, l’esercito italiano utilizzò anche armi chimiche.

Una realtà storica che per decenni ha faticato a trovare spazio nella coscienza collettiva.

Quando la memoria diventa selettiva. La Seconda guerra mondiale segnò la fine dell’impero coloniale italiano. Nel 1947, con il trattato di pace, l’Italia rinunciò formalmente alle proprie colonie, mentre la Somalia rimase sotto amministrazione fiduciaria italiana dal 1950 al 1960.

A differenza di Francia e Gran Bretagna, l’Italia perse gran parte dei propri possedimenti attraverso la sconfitta militare, senza attraversare un analogo processo di decolonizzazione nel dopoguerra. Questo contribuì a limitare il confronto pubblico sulle responsabilità coloniali.

La nascita della Repubblica, inoltre, favorì una narrazione che tendeva ad attribuire al fascismo l’intera esperienza coloniale, dimenticando che l’espansione italiana era cominciata molti decenni prima. Il risultato fu una memoria selettiva. Si ricordavano le strade, gli edifici e il lavoro degli italiani in Africa. Molto meno le sofferenze delle popolazioni assoggettate. Non si trattava, tuttavia, di un silenzio assoluto.

La storia coloniale continuava a essere raccontata attraverso libri, cinema e testimonianze, ma spesso mancava una riflessione critica capace di inserirla pienamente nella storia nazionale. Gli studiosi parlano anche di afasia coloniale: non soltanto dimenticanza, ma difficoltà a trovare le parole per comprendere e raccontare quel passato.

Il coraggio di chi ha cercato la verità. Negli anni Sessanta, Angelo Del Boca e Giorgio Rochat contribuirono a cambiare profondamente gli studi sul colonialismo italiano. Attraverso documenti, testimonianze e ricerche, misero in discussione la rappresentazione rassicurante dell’espansione italiana.

Del Boca, in particolare, documentò l’impiego delle armi chimiche nelle campagne coloniali, incontrando forti resistenze. La sua controversia con il giornalista Indro Montanelli divenne uno dei simboli della difficoltà italiana ad affrontare questa storia. Ma il lavoro degli storici ci consegna un insegnamento che va oltre il colonialismo.

La verità non diventa meno vera perché ci mette a disagio. E la ricerca storica non dovrebbe servire a confermare ciò che desideriamo credere, ma ad aiutarci a comprendere ciò che è realmente accaduto.

È una lezione importante anche per il nostro presente, nel quale informazioni, immagini e narrazioni rischiano continuamente di sostituire l’approfondimento.

Le tracce del passato nelle nostre città. Basta camminare nelle città italiane per incontrare nomi che richiamano l’esperienza coloniale. Via Tripoli, viale Eritrea, piazze e monumenti raccontano un passato che spesso attraversiamo senza conoscerne il significato.

Nel 2020, durante le manifestazioni antirazziste seguite all’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti, la statua di Indro Montanelli a Milano fu imbrattata di vernice rossa. L’episodio riaccese il dibattito sulla memoria coloniale e sul significato dei monumenti nello spazio pubblico. Cancellare o conservare?

Forse la domanda più utile è un’altra: come possiamo trasformare questi luoghi in occasioni di conoscenza?

Una targa esplicativa, un percorso storico, un progetto scolastico possono restituire significato a nomi che abbiamo imparato a pronunciare senza interrogarci sulla loro origine. Un monumento può diventare uno strumento educativo quando viene accompagnato dalla conoscenza del contesto in cui è nato. La memoria, infatti, non è un oggetto immobile. È un patrimonio che ogni generazione deve imparare a interpretare.

Educare alla storia significa educare alla libertà. Credo che la scuola abbia una responsabilità straordinaria in questo percorso. Aiutare i giovani a conoscere il colonialismo italiano significa offrire loro gli strumenti per distinguere i fatti dalla propaganda, la ricerca storica dalle narrazioni autoassolutorie. Significa insegnare che l’amore per il proprio Paese può convivere con il riconoscimento dei suoi errori.

E che nessuna nazione, come nessuna persona, cresce davvero nascondendo le proprie contraddizioni.

Anche nelle imprese e nelle organizzazioni accade qualcosa di simile: quando un errore viene negato, diventa difficile correggerlo. Quando viene riconosciuto, può trasformarsi in apprendimento. La memoria storica richiede lo stesso coraggio. Non dobbiamo chiedere ai giovani di sentirsi colpevoli per ciò che non hanno commesso. Dobbiamo aiutarli a diventare cittadini consapevoli di ciò che è accaduto.

Perché conoscere il passato significa anche comprendere meglio il presente.

Un Paese maturo non è quello che racconta soltanto le proprie glorie, ma quello che sa riconoscere anche le proprie ferite. E forse è proprio da qui che possiamo cominciare: dalla capacità di guardare la nostra storia senza paura, con rispetto per le vittime e con il desiderio sincero di costruire una società più consapevole. La storia non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di non smettere di imparare.

E tu, quanto conosci del colonialismo italiano? Pensi che la scuola e i luoghi pubblici dovrebbero raccontare maggiormente questa parte della nostra storia?

Giovanni Matera

Per consultare altri miei artico

www.giovannimatera.it

 

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