Giovani in fuga: non partono per scelta!

 Giovani in fuga: quando un Paese perde il futuro e non se ne accorge.

 

C’è un’Italia che parte in silenzio. Non fa rumore, non protesta, non chiede permesso. Prepara una valigia leggera, carica un curriculum pesante di studio, sacrifici e speranze, e sale su un aereo. È giovane, preparata, coraggiosa. È un’Italia che ama il proprio Paese, ma che non riesce più a viverci.

Non è una narrazione emotiva: è una fotografia drammatica della realtà.

Dal 2011 al 2023 oltre 550 mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Anche considerando i rientri, il saldo resta devastante: 377 mila giovani in meno. Lo certifica il Rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero” della Fondazione Nord Est, presentato al CNEL.

Il valore economico di questa emorragia di capitale umano supera i 134 miliardi di euro. Una cifra che, secondo gli stessi ricercatori, potrebbe essere largamente sottostimata. Ma il punto non è solo economico.
Il punto è esistenziale.

Siamo in piena emergenza economica e sociale”. Un’emergenza nazionale che fingiamo di non vedere

ha dichiarato senza giri di parole Renato Brunetta.
I giovani mancano nelle imprese, nella Pubblica Amministrazione, nella ricerca, nei gangli vitali del Paese. E l’indifferenza – parole sue – è “scandalosamente inaccettabile”.

L’Italia, oggi, è ultima in Europa per attrattività dei talenti.
Come spiega Luca Paolazzi, siamo una grande fornitrice di capitale umano… per gli altri. Ogni otto giovani italiani che se ne vanno, solo uno arriva dall’estero.
La Svizzera intercetta il 34% dei giovani europei in mobilità, la Spagna il 32%. L’Italia si ferma a un misero 6%.

Eppure – dato che spiazza – non si parte per lo stipendio. Solo il 10% indica il salario come motivazione principale. Si parte per opportunità, per merito, per qualità della vita, per la sensazione di poter crescere senza chiedere continuamente il permesso.

          Il paradosso del Sud: più studi, più partenze. Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto.

Uno su due dei giovani che emigrano dal Sud è laureato”, ricorda Luca Bianchi. Non è più l’emigrazione della necessità, ma quella della scelta obbligata.

Dal 2002 al 2024 il Sud ha perso 3,1 milioni di under 40, il Centro-Nord altri 2,1 milioni. È un collasso demografico che svuota scuole, università, imprese, comunità. Un Paese senza giovani è un Paese che invecchia prima ancora di maturare.

          Demografia, lavoro e PIL: una bomba a orologeria

Secondo Banca d’Italia, entro il 2040 perderemo il 14,4% della popolazione in età lavorativa, pari a 5,4 milioni di persone.
Il risultato? Un possibile -9% di PIL.

Il problema non è solo quanti giovani partono, ma quanti restano ai margini: giovani e donne, spesso penalizzati da precarietà, carichi familiari, mancanza di servizi. La maternità, troppo spesso, diventa una condanna professionale. Serve un cambio di paradigma profondo, culturale prima ancora che economico.

          Una generazione che non si sente ascoltata. I numeri dell’ISTAT sono ancora più inquietanti:
1,6 milioni di giovani tra gli 11 e i 35 anni vivono già all’estero.
E tra chi è rimasto, il desiderio di partire è fortissimo: il 30,7% degli adolescenti sogna di vivere fuori dall’Italia. Tra le ragazze la percentuale sale al 37,9%.

Non è solo attrazione verso gli Stati Uniti o altri Paesi. È un messaggio chiaro: una generazione intera non vede il proprio futuro qui. Chiede solo di essere vista, ascoltata, sostenuta.

         Chi parte, difficilmente torna. L’87% di chi è emigrato valuta positivamente l’esperienza all’estero.
Solo il 16% rientra, quasi sempre per motivi familiari. Gli altri restano, o si spostano ancora, seguendo opportunità che l’Italia non offre.

Lo ha detto con lucidità Giorgio Parisi:

“L’Italia non è accogliente per i giovani e per i ricercatori. Non si può innaffiare un campo una volta al mese.”

La fuga di cervelli è aumentata del +41,8% negli ultimi otto anni. E quando cresce dell’1% l’emigrazione qualificata, il numero di imprese cala del 5%. È un circolo vizioso che impoverisce territori, frena l’innovazione e riduce la competitività.

         Non solo perdite: il valore (potenziale) della mobilità. Esistono anche aspetti positivi: circolazione della conoscenza, reti globali, competenze internazionali. Ma funzionano solo se esiste un Paese pronto ad accogliere il ritorno. Senza un ecosistema favorevole, la mobilità diventa esodo definitivo.

Oggi l’Italia ha appena il 26,9% di laureati, contro una media europea del 39,9%. Investire poco in educazione significa perdere due volte: prima formando, poi lasciando andare.

          Restituire senso al restare. Invertire la rotta è possibile, ma richiede coraggio e visione:

Ma soprattutto serve un cambio culturale. Restare deve tornare a essere una scelta di valore, non un sacrificio.

Perché un Paese che costringe i suoi giovani a scegliere tra amore per la propria terra e dignità della propria vita è un Paese che sta smarrendo sé stesso.

Abbiamo bisogno di un’Italia che sappia trattenere, ispirare, sostenere.
Di un’Italia che torni a essere casa.

Giovanni Matera

Per consultare altri miei articoli:

www.giovannimatera.it

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