Chi governa davvero? Dal voto ai centri d’influenza.

 

Quando le promesse elettorali incontrano il potere reale: il caso Aspen Institute Italia e la domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi.

 

C’è una domanda che in democrazia non dovrebbe mai essere considerata scomoda: quanto potere possiede realmente chi eleggiamo?

Durante una campagna elettorale ascoltiamo programmi, promesse e dichiarazioni molto nette. Poi arrivano le elezioni, nasce un governo e, con il passare del tempo, alcune di quelle posizioni cambiano, vengono ridimensionate oppure rimangono incompiute.

Perché? La risposta più semplice sarebbe pensare al tradimento delle promesse. Ma la realtà è molto più complessa.

Un Presidente del Consiglio non governa nel vuoto. Deve confrontarsi con il Parlamento, gli alleati, la Costituzione, il Presidente della Repubblica, i conti pubblici, l’Unione Europea, i trattati internazionali, i mercati, le imprese, le parti sociali e una molteplicità di organizzazioni capaci di produrre idee e creare relazioni.

Ed è qui che incontriamo realtà poco conosciute dal grande pubblico come Aspen Institute Italia.

Che cos’è Aspen? Aspen Institute Italia nasce nel 1984 ed è un’associazione privata, indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro. La sua missione dichiarata è favorire l’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale italiana.

Fin qui nulla di misterioso. La questione diventa interessante osservandone composizione e metodo.

Aspen mette in relazione personalità provenienti da politica, economia, finanza, università, cultura e informazione. I Soci Sostenitori finanziano l’Istituto attraverso una quota annuale e sono rappresentati nel suo Consiglio Generale dai presidenti, amministratori delegati o direttori generali delle organizzazioni aderenti.

L’Istituto stesso presenta l’adesione come un modo per ampliare il proprio network e favorire l’interazione diretta e informale tra personalità e istituzioni pubbliche e private. È dunque evidente che siamo davanti a una rete di relazioni di alto livello. Ma questo significa che Aspen decide ciò che deve fare il Governo?

No: le fonti pubbliche disponibili non permettono di dimostrarlo. Ed è importante dirlo.

Il potere delle relazioni. Esiste però un altro elemento che merita attenzione. Il metodo Aspen privilegia esplicitamente incontri a porte chiuse, relazioni interpersonali e discussioni svolte in condizioni di riservatezza. Secondo l’Istituto, questa modalità permette ai partecipanti di confrontarsi liberamente sui grandi problemi strategici.

Qui nasce una legittima domanda democratica. Quando politici, dirigenti di grandi aziende, economisti, accademici e rappresentanti della finanza dialogano lontano dall’esposizione pubblica, quanto incidono quelle conversazioni sulla successiva formazione delle idee e delle decisioni?

Non dobbiamo cadere nella tentazione del complotto. Ma neppure essere ingenui.

Il potere contemporaneo raramente funziona soltanto attraverso un ordine impartito da qualcuno. Molto più spesso funziona attraverso relazioni, cultura condivisa, accesso alle informazioni, costruzione dell’agenda e formazione del consenso.

Il “club dei Presidenti”? Un dato colpisce.

Nel dicembre 2024 Aspen Institute Italia ricordava ufficialmente di aver avuto tra i propri soci tre Presidenti della Repubblica — Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano — e cinque Presidenti del Consiglio, tra i quali l’attuale Presidente Giorgia Meloni.

È sufficiente per definire Aspen il luogo che “produce i Presidenti”? No. Confonderemmo correlazione e causalità.

Quelle personalità potrebbero essere entrate nella rete Aspen proprio perché già appartenenti alle classi dirigenti italiane. Il dato dimostra quindi la straordinaria capacità dell’Istituto di riunire persone influenti, non dimostra che sia Aspen a scegliere chi governerà l’Italia. La distinzione è fondamentale.

Dalle promesse al Governo. Rimane però la domanda iniziale.

Che cosa succede alle promesse quando un leader conquista Palazzo Chigi?

Una fotografia interessante arriva dal “Promessometro” di Pagella Politica. Nell’ottobre 2025, analizzando cento impegni principali del programma comune del centrodestra del 2022, il fact-checker (verificatore di fatti) ne classificava 22 come mantenuti, 59 ancora in corso, 10 non mantenuti e 9 compromessi. Va ricordato che la legislatura era ancora in corso e che lo stesso monitoraggio non attribuisce a tutte le promesse lo stesso peso politico.

Il Governo, dal canto suo, pubblica un proprio monitoraggio basato sui 15 punti dell’accordo programmatico della coalizione, con dati aggiornati nel 2026 sui provvedimenti adottati e sulla loro attuazione. Due prospettive diverse che vale la pena leggere insieme.

Allora chi decide davvero? Probabilmente questa è la domanda sbagliata. Quella più utile è:

quali forze partecipano alla costruzione di una decisione politica?

Possiamo immaginare almeno tre livelli.

Dentro questo terzo livello agiscono anche associazioni, lobby, gruppi industriali, sindacati, fondazioni e think tank (gruppo esperti).

Aspen fa parte di questo ecosistema di relazioni e produzione di idee. Attribuirgli automaticamente la responsabilità di una promessa mancata, però, richiederebbe prove specifiche: documenti, testimonianze o una ricostruzione verificabile del processo decisionale. Il materiale disponibile non consente di compiere quel salto.

Ed è proprio questa distinzione che rende l’analisi più forte. La democrazia ha bisogno di cittadini curiosi. Non dobbiamo avere paura delle domande. Dobbiamo avere paura delle risposte troppo semplici.

Dire che “decidono tutto i politici” sarebbe ingenuo. Dire che “decide tutto Aspen” sarebbe altrettanto semplicistico.

La democrazia moderna vive dentro una rete complessa di istituzioni, interessi economici, relazioni internazionali, gruppi organizzati e centri di elaborazione culturale. Il compito del cittadino non è credere ciecamente. E neppure sospettare di tutto.

È conoscere, verificare, confrontare. Perché forse il vero potere del cittadino comincia proprio da qui: imparare a distinguere una relazione da un condizionamento, un’influenza da un ordine e, soprattutto, un fatto documentato da un’ipotesi. Solo allora possiamo tornare alla domanda iniziale con maggiore consapevolezza:

quando votiamo qualcuno, quanto di ciò che abbiamo scelto arriverà realmente nelle decisioni di governo?

È una domanda alla quale una democrazia matura non dovrebbe mai smettere di cercare risposta.

Giovanni Matera

Per consultare altri miei artico

www.giovannimatera.it

 

 

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