Il web era un dono. Poi qualcosa non ha funzionato.
Abbiamo costruito strumenti straordinari per connettere il mondo. Ora dobbiamo imparare a non lasciare che siano loro a decidere come vivere, pensare e perfino sognare.
C’è una frase che, con un sorriso amaro, racconta bene il nostro tempo: “Entro su TikTok per cinque minuti.” Poi alziamo gli occhi e scopriamo che è passata un’ora. A volte molto di più. Missione compiuta. Ma viene spontanea una domanda: la missione di chi?
All’inizio sembrava davvero un mondo migliore. Ricordo l’entusiasmo dei primi anni dei social network. Facebook, aperto a tutti nel 2006, sembrava quasi una grande piazza nella quale ritrovare amici, compagni di scuola, persone perse di vista da anni. Internet appariva come uno dei più straordinari strumenti di progresso mai messi a disposizione dell’umanità.
Conoscenza accessibile, distanze abbattute, informazioni in tempo reale, possibilità di studiare, lavorare, comunicare e creare relazioni attraversando confini geografici e sociali. Sembrava che la tecnologia potesse abbattere muri e costruire ponti. E in parte lo ha fatto.
Il problema è che, mentre noi imparavamo a vivere nella rete, qualcuno imparava sempre meglio a trasformare la nostra attenzione, i nostri comportamenti e i nostri dati in valore economico.
Quando l’attenzione è diventata il nuovo petrolio. Se un servizio digitale è gratuito, questo non significa necessariamente che non abbia un prezzo.
- Il prezzo può essere il nostro tempo.
- Può essere la nostra attenzione.
- Può essere la quantità enorme di informazioni che produciamo ogni giorno attraverso ricerche, visualizzazioni, acquisti, “mi piace”, commenti e condivisioni.
Gli algoritmi hanno imparato progressivamente a capire ciò che ci interessa e, soprattutto, ciò che riesce a trattenerci davanti allo schermo. Ed è qui che qualcosa ha iniziato a cambiare. Il contenuto più utile non coincide necessariamente con quello che genera maggiore attenzione. Spesso funzionano meglio ciò che sorprende, scandalizza, indigna o divide.
- La rabbia può diventare coinvolgimento.
- La paura può diventare un clic.
- La polemica può diventare condivisione.
E ogni secondo trascorso sulla piattaforma diventa economicamente prezioso.
La battaglia per la nostra attenzione. Prendiamo continuamente in mano lo smartphone.
- Una notifica.
- Un messaggio.
- Un nuovo video.
- Un altro contenuto suggerito.
- Poi un altro ancora.
Non è necessario immaginare misteriosi complotti: è sufficiente osservare il modello economico. Se il successo di una piattaforma dipende anche dal tempo che trascorriamo al suo interno, è naturale che venga progettata per essere il più possibile coinvolgente. Ed è proprio qui che dobbiamo porci una domanda educativa enorme.
Possiamo davvero chiedere a un adolescente di affidarsi esclusivamente alla propria forza di volontà quando, dall’altra parte, esistono tecnologie sviluppate da professionisti straordinariamente competenti nel catturare l’attenzione?
Quando anche dieci minuti sembrano troppo lunghi. Genitori e insegnanti conoscono bene un fenomeno sempre più evidente: mantenere l’attenzione su attività lente e impegnative può diventare difficile.
- Leggere trenta pagine.
- Seguire una lezione.
- Studiare senza controllare il telefono.
- Guardare un film senza prendere continuamente lo smartphone.
- Scrivere un testo articolato.
Sono attività che richiedono concentrazione, pazienza e capacità di rinviare la gratificazione. Il flusso digitale, invece, ci abitua spesso alla velocità: pochi secondi, un’immagine, una frase, uno stimolo nuovo. Non significa che un’intera generazione abbia perso la capacità di pensare.
Significa, però, che l’attenzione è diventata una delle risorse più preziose da educare e proteggere.
Il mondo reale e il mondo percepito. C’è poi un’altra conseguenza che considero importante: la rete non influenza soltanto ciò che guardiamo. Può influenzare anche il modo in cui percepiamo la realtà.
Se siamo continuamente esposti a violenza, conflitti, tragedie, polemiche e allarmi, possiamo arrivare a pensare che tutto intorno a noi stia inevitabilmente peggiorando. La cronaca negativa ha sempre attirato attenzione, ben prima dei social. Ma oggi la sua capacità di raggiungerci è enormemente amplificata. Questo non significa negare i problemi reali.
Significa distinguere tra realtà e percezione della realtà. Perché una società dominata dalla paura diventa più fragile, più diffidente, più aggressiva e anche più facilmente manipolabile.
La fabbrica della rabbia. In vent’anni di social abbiamo ottenuto possibilità straordinarie, ma abbiamo anche scoperto quanto sia facile dividerci.
- Destra contro sinistra.
- Giovani contro anziani.
- Imprenditori contro dipendenti.
- Cittadini contro istituzioni.
- Una comunità contro un’altra.
Abbiamo trasformato troppo spesso il confronto in uno scontro e la diversità di opinione in inimicizia. E forse il problema più profondo è proprio questo: abbiamo iniziato a parlare per vincere, non per capire. Quando il successo di un contenuto viene misurato soprattutto attraverso visualizzazioni, reazioni e condivisioni, la tentazione di alzare continuamente i toni diventa fortissima.
Ma il web resta un dono. Non voglio però cadere nell’errore opposto. La tecnologia non è il nemico. Internet rimane una delle più grandi opportunità che abbiamo mai avuto. Possiamo frequentare corsi universitari dall’altra parte del mondo, ascoltare conferenze, consultare biblioteche, imparare una lingua, sviluppare un’impresa, trovare clienti, conoscere culture diverse e utilizzare l’intelligenza artificiale per studiare, creare e lavorare meglio.
Dentro la rete c’è una parte enorme del sapere umano. Il punto, allora, non è uscire dal mondo digitale. È tornarci dentro da protagonisti. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi — e ricordarlo anche a noi adulti — che uno smartphone deve essere uno strumento nelle nostre mani, non una mano invisibile che guida le nostre giornate.
Riprendiamoci il diritto di scegliere. Abbiamo bisogno di una nuova educazione digitale.
- A scuola.
- In famiglia.
- Nelle aziende.
Dobbiamo tornare ad allenare la concentrazione, la lettura profonda, il dubbio, il confronto delle fonti, il silenzio e perfino la noia.
- Perché dalla noia può nascere un pensiero.
- Dal silenzio può nascere un’idea.
- Dalla lettura può nascere una domanda.
- E da una domanda può nascere un futuro.
- Non dobbiamo distruggere la tecnologia.
- Dobbiamo umanizzarla.
Usiamo il web, i social e l’intelligenza artificiale per informarci, studiare, creare, lavorare e costruire reti di persone che condividano progetti e valori.
- Ma impariamo anche, ogni tanto, a spegnere lo schermo.
- Guardiamo negli occhi una persona.
- Leggiamo un libro fino all’ultima pagina.
- Facciamo una passeggiata senza notifiche.
- Ascoltiamo davvero qualcuno senza pensare alla risposta da pubblicare.
Perché il futuro non dipenderà soltanto da quanto diventeranno intelligenti le nostre macchine.
Dipenderà soprattutto da quanto saremo capaci di restare umani noi.
Giovanni Matera
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