Conoscere sé stessi per scegliere davvero.

 

Comprendere come funziona la nostra mente significa imparare a riconoscere ciò che ci influenza, comunicare meglio con gli altri e diventare più consapevoli delle nostre scelte.

(Francesco Bizzarro)

 

“Conosci te stesso”, ammoniva l’antica iscrizione associata al tempio di Apollo a Delfi. Un invito che attraversa i secoli e che, nell’epoca della comunicazione continua, degli algoritmi e della persuasione, appare più attuale che mai.

Conoscere sé stessi, infatti, non significa soltanto interrogarsi sui propri desideri, valori o obiettivi. Significa anche comprendere, per quanto possibile, come costruiamo la realtà, come ricordiamo, come reagiamo alle emozioni e perché determinate parole riescono a influenzarci più di altre.

Ed è proprio da qui che possiamo partire per difenderci dalla manipolazione e, nello stesso tempo, diventare comunicatori più autentici.

Una mente antica in un mondo velocissimo. Il nostro cervello è il risultato di una lunghissima evoluzione. Per molto tempo è stato divulgato attraverso il modello del cosiddetto “cervello trino”: una parte più antica legata agli istinti e alla sopravvivenza, il sistema limbico associato soprattutto alle emozioni e una neocorteccia coinvolta nelle funzioni cognitive più complesse.

Oggi sappiamo che il funzionamento cerebrale è molto più integrato e articolato di questa rappresentazione. Eppure, come metafora, essa ci aiuta a comprendere qualcosa di importante: non siamo esseri esclusivamente razionali.

Prima ancora di formulare un ragionamento consapevole, il nostro organismo può avere già reagito a un pericolo, a un volto, a un tono di voce, a un ricordo o a un’emozione. Pensiamo di decidere soltanto attraverso la logica, mentre nelle nostre scelte entrano continuamente esperienza, emozioni, aspettative e automatismi.

Ed è proprio su questi meccanismi che una comunicazione persuasiva può fare leva.

Due emisferi, un unico cervello. Anche la distinzione popolare tra un emisfero destro “creativo ed emotivo” e uno sinistro “logico e razionale” va considerata con prudenza. I due emisferi presentano alcune specializzazioni, ma lavorano continuamente insieme attraverso reti complesse.

La creatività non abita esclusivamente a destra, così come la razionalità non vive soltanto a sinistra.

Questo ci insegna qualcosa di ancora più interessante: l’essere umano non può essere ridotto a compartimenti separati. Quando ascoltiamo una storia, prendiamo una decisione, affrontiamo un problema o incontriamo una persona, emozione e ragione dialogano continuamente.

Per questo una comunicazione efficace non parla soltanto alla logica. Parla anche alle emozioni, all’esperienza e al significato che attribuiamo alle cose.

Non vediamo semplicemente il mondo: lo interpretiamo. I nostri occhi possono osservare lo stesso paesaggio, le nostre orecchie ascoltare le stesse parole, eppure due persone possono vivere esperienze profondamente diverse. Perché?

Perché la realtà che percepiamo passa attraverso la nostra storia personale.

Immaginiamo un incidente automobilistico a un incrocio. Arriva un vigile e interroga cinque testimoni. Probabilmente riceverà cinque racconti non perfettamente coincidenti. Qualcuno ricorderà soprattutto la velocità di un’automobile. Un altro il rumore della frenata. Un altro ancora il colore del semaforo o il comportamento di un pedone. Non significa necessariamente che qualcuno stia mentendo.

La memoria umana, infatti, non funziona come una videocamera. È un processo dinamico che seleziona, organizza e ricostruisce le informazioni. Strutture come l’ippocampo e diverse aree corticali partecipano alla formazione e al consolidamento dei ricordi, ma ciò che ricordiamo può essere influenzato anche dal tempo, dalle emozioni e dalle conoscenze successive.

Lo stesso accade quando discutiamo con un amico. “È successo così.” “No, ricordo perfettamente che è successo diversamente.” Entrambi possono essere sinceramente convinti della propria versione.

Ed ecco una delle lezioni più importanti della comunicazione: comprendere l’altro non significa necessariamente dargli ragione. Significa provare a capire la mappa attraverso cui sta osservando il mondo.

Il nostro sistema operativo mentale. Possiamo immaginare la mente attraverso una metafora tecnologica. Quando acquistiamo uno smartphone, troviamo alcune funzioni già disponibili. Successivamente installiamo applicazioni, salviamo informazioni, modifichiamo impostazioni e aggiorniamo il sistema.

Qualcosa di simile, con tutte le dovute differenze, accade nella nostra vita.

Nasciamo con predisposizioni biologiche fondamentali e, crescendo, accumuliamo esperienze. Famiglia, scuola, amicizie, successi, fallimenti, cultura, lavoro e ambiente sociale contribuiscono a costruire le nostre modalità abituali di interpretare ciò che accade.

Alcuni “programmi” ci aiutano. Altri possono limitarci. E molti funzionano senza che ce ne accorgiamo.

La buona notizia è che possiamo diventare più consapevoli dei nostri automatismi. Possiamo osservare le nostre reazioni, mettere in discussione convinzioni troppo rigide e imparare nuovi modi di pensare e comunicare. In un certo senso, mentre viviamo continuiamo ad aggiornare noi stessi.

Entrare nella mappa dell’altro. Nel linguaggio della comunicazione e della Programmazione Neuro-Linguistica si parla spesso di meta-programmi per descrivere schemi attraverso i quali le persone tendono a filtrare informazioni, motivazioni ed esperienze.

C’è chi presta maggiore attenzione alle opportunità e chi ai rischi. Chi ha bisogno di possibilità e chi preferisce procedure definite. Chi decide facendo riferimento soprattutto alle proprie convinzioni e chi ricerca maggiormente conferme esterne.

Queste categorie non devono diventare etichette rigide né essere confuse con leggi scientifiche universali. Possono però rappresentare strumenti di osservazione utili se utilizzati con equilibrio.

Riconoscere il modo in cui una persona tende a ragionare significa soprattutto imparare ad ascoltarla meglio. Ed è qui che nasce la differenza tra persuasione e manipolazione. La manipolazione utilizza la conoscenza dell’altro per controllarlo. La comunicazione etica utilizza quella stessa conoscenza per comprenderlo, creare fiducia e costruire una relazione nella quale entrambi possano trovare valore.

La vera forza è la consapevolezza. Viviamo immersi nelle parole: pubblicità, social network, politica, aziende, media, relazioni personali. Ogni giorno qualcuno cerca la nostra attenzione e, spesso, anche il nostro consenso. Non possiamo diventare impermeabili a ogni influenza. Possiamo però diventare più consapevoli.

Possiamo chiederci: Perché questo messaggio mi emoziona? Perché questa persona riesce a convincermi? Sto decidendo sulla base dei fatti o di una reazione immediata? Quale esperienza personale sta influenzando il mio giudizio?

Conoscere la mente non serve a diventare manipolatori più abili. Serve a diventare persone più libere, ascoltatori migliori e comunicatori più responsabili.

Perché la comunicazione più potente non è quella che costringe qualcuno a seguirci. È quella capace di incontrare l’altro senza annullarlo. Zig Ziglar lo sintetizzò con un pensiero diventato celebre:

“Puoi ottenere dalla vita tutto ciò che vuoi, se aiuti abbastanza altre persone a ottenere ciò che vogliono.”

Forse il vero significato del “Conosci te stesso” comincia proprio qui: capire meglio noi stessi per comprendere meglio gli altri. E trasformare la comunicazione da strumento di potere a occasione di incontro, crescita e fiducia.

 

Giovanni Matera

Per consultare altri miei artico

www.giovannimatera.it

 

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