Da un Campo di Ceci alla Cattedra

 

Mio padre non aveva denaro, non aveva risparmi, né altro da offrirmi. Aveva soltanto un campo di ceci: l’unica cosa che mi lasciò in eredità. Eppure, in quel gesto semplice e silenzioso, in quel modesto dono, c’era tutta la ricchezza del mondo: fiducia, sacrificio, amore, responsabilità. Da lì è cominciata la mia storia: non in un ufficio, non in una sala riunioni, ma in un rudere di campagna tra polvere, fatica, sudore e speranze.

Oggi mi definiscono imprenditore, formatore, autore – bontà loro – ma io continuo a sentirmi quel ragazzo di paese che sognava una bottega tutta sua.

 

Le mie radici sono di terra, sacrificio e dignità. Sono nato in una famiglia semplice. Mio padre e mia madre erano braccianti agricoli. L’odore della terra era il profumo della nostra casa. La fatica era una presenza quotidiana, silenziosa, mai lamentata.

A sette anni persi mia madre. Troppo presto la vita mi mise davanti alla sua realtà più dura, con una matrigna che non sempre riusciva a capire i miei sogni e le mie fragilità. Arrivai a un passo dall’abbandonare la scuola. Ricordo ancora quella mattina, ero già stanco per aver dato una mano ai miei nel lavoro e decisi di non prendere il pullman per Matera. Poi ci ripensai, mi tolsi gli abiti sporchi, mi lavai in fretta, indossai indumenti puliti e dissi a me stesso: “Gli devo fregare il diploma e poi andrò via”. Quella frase mi ha salvato la vita perché studiare, per me, non era mai stato un obbligo ma un atto di ribellione positiva: avevo fame di sapere.

 

A nove anni fui avviato a bottega, com’era d’uso nelle famiglie modeste del Sud: bisognava imparare un mestiere sin da bambini. Così iniziai l’apprendistato in una falegnameria: una specie di scuola del silenzio; un monastero laico, dove si parlava poco e si osservava molto il gran sacerdote – il mastro – che sapientemente domava i legni trasformandoli in sedie, tavoli, mobili ecc. Lui, il mastro, non spiegava, dimostrava: niente parole, solo esempi concreti.

A me toccava carteggiare e lisciare superfici di tavole infinite e a spazzare tutta la bottega da trucioli e polvere. Rifacevo lo stesso gesto decine di volte al giorno. E intanto imparavo la pazienza, la precisione, il valore del dettaglio, il rispetto per la materia. Il legno non mente, se sbagli qualche millimetro, ti smaschera. Ti educa.

Capii presto che il lavoro manuale non era per niente un compito modesto ma un’elevata forma di intelligenza applicata: ogni colpo di scalpello era matematica; ogni incastro era filosofia; ogni manufatto era una scelta morale.

 

A bottega crescevo con le mani, a scuola con la testa. La mattina ero studente, il pomeriggio garzone di bottega. Le mie mani cambiavano, divenivano dure, segnate, ma vive. Quelle ferite erano medaglie sulla divisa dell’artigiano che sarei diventato.

Dopo un po’ di anni – ne avevo ventitré – ero diventato, se possibile, anche più bravo del gran sacerdote, il mio stimato mastro, e decisi di realizzare il sogno più grande della mia vita: creare finalmente una bottega tutta mia.

 

E sul quel campo di ceci, agli inizi degli anni ’70, senza soldi e con immane fatica e sacrifici, cominciai a costruire il primo nucleo della mia azienda.

Fare impresa, cinquant’anni fa al Sud, senza finanziamenti, senza zona industriale e con mille ostacoli burocratici significava affrontare, come il piccolo Davide, il gigante Golia a mani nude e a tasche vuote. Ma vi riuscii, sapendo resistere alle varie tempeste e non mollando mai!

 

Così ebbe inizio la mia epopea di imprenditore di me stesso. Lavoravo di gran lena dal mattino presto a sera inoltrata, senza accusare la minima stanchezza. E questa è stata la mia vita per diversi anni, senza però ottenere l’equo corrispettivo di tutta quella gran fatica che facevo. Le mie entrate bastavano a malapena a coprire le spese dell’attività e della famiglia. In altre parole, ero entrato in piena crisi. Stavo, come si dice, per mollare gli ormeggi e, come se non bastasse, fui travolto anche da una furiosa mareggiata: un incidente d’auto che mi costò tre giorni di coma.

 

Al risveglio, costretto nel letto d’ospedale, mi resi conto di essere letteralmente in KO. Così cominciai a riflettere, a scansionare tutti i momenti della mia vita personale e professionale trascorsa, per capire dove avevo sbagliato e in che modo potevo porvi rimedio.

Allora intuii che quell’incidente me l’ero inconsciamente procurato da me, per interrompere il circolo vizioso in cui mi ero cacciato e darmi un’altra possibilità di rinascita.

Imparai così a trasformare i problemi in opportunità, compresi il valore della prospettiva temporale: guardare avanti; pensare in anni, non in settimane.

E fu proprio in quel letto di ospedale che, come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, ebbi come un’illuminazione: la netta visione di quella che oggi è la Matera Arredamenti. In poco tempo trasformai la mia piccola falegnameria in un’azienda attraente, vivace e al passo con i tempi.

 

I risultati non tardarono ad arrivare, avevo finalmente imbroccato la strada giusta per raggiungere le mete che mi ero prefissato su un foglio di carta molti anni prima, che non riguardavano soltanto il successo economico ma la ricerca del senso pieno della vita stessa.

 

Avendo sempre molta fame di sapere, cominciai a leggere testi di formazione professionale, di filosofia, di psicologia ecc. Frequentai corsi di formazione di alto livello, in diverse parti d’Italia, dai quali ne ricavai una grossa mole di appunti, che poi divennero articoli pubblicati su vari giornali locali e in fine in libri: La Cassetta degli Attrezzi è stato il primo di una serie che ancora sto scrivendo.

 

Tutto questo mi ha aperto le porte delle scuole in cui non cerco di insegnare nulla, se non di trasmettere la mia lunga esperienza professionale e personale – a ragazze e ragazzi, ahimè, inclini a credere che la realtà sia quella delle varie piattaforme social – con esempi concreti: gli attrezzi della cassetta del falegname, appunto. Niente teoria, solo pedagogia del “fare”.

Per mia somma sorpresa la risposta degli studenti è attenta ed entusiasta, ed io sono felice di trasmettere loro la conoscenza di un tesoro dimenticato: l’intelligenza pratica, che può essere utile nella loro vita futura. Non tutti conseguiranno una laurea, perciò ci sarà bisogno anche di artigiani, di tecnici 4.0 competenti e pensanti.

 

Volgendo indietro lo sguardo alla mia vita vissuta, non vedo capitoli separati ma un unico racconto in progressione che, da garzone di bottega, al campo di ceci, dall’azienda ai bilanci, sono arrivato alla cattedra. E da lì cerco di lanciare qualche messaggio ai giovani, dicendo loro di non spettare il “momento perfetto”. Non esiste. Così si rischia di finire nei sogni altrui. Partite, invece, abbiate fame di sapere e di fare; spendete il vostro tempo nel realizzare i vostri sogni, con perseveranza e dignità. Date un senso alla vostra vita seminando il futuro. E fatelo sempre con il sorriso sulle labbra, perché fa bene alla mente e al cuore.

 

Vorrei vivere il tempo necessario per vedere tutti quei giovani studenti diventare donne e uomini affermati e di successo, ognuno nel proprio campo, e poter dire finalmente con soddisfazione di aver contribuito in parte alla loro crescita professionale e umana.

Nel frattempo io continuo a seminare, sperando sempre in un proficuo e abbondante raccolto.

 

 

Giovanni Matera

 

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