“Riscopriamo il coraggio di creare il nostro futuro”
C’è una frase che ricorre spesso nelle famiglie italiane, pronunciata con amore ma anche con timore: “Mio figlio deve fare il dottore, non può frequentare un professionale o un ITS. Non siamo più fessi degli altri.”
È una frase che racconta molto più di quanto sembri. Racconta una cultura, una paura, un modello educativo che negli ultimi trent’anni ha progressivamente inibito l’imprenditorialità e contribuito, in modo silenzioso ma costante, alla fuga dei migliori talenti dal nostro Paese.
La grande divergenza tra scuola e lavoro. Secondo uno studio di McKinsey, circa il 40% della disoccupazione giovanile è attribuibile al mismatch tra competenze acquisite e profili richiesti dalle imprese.
Le aziende cercano giovani diplomati e laureati capaci di tradurre la teoria in pratica, di lavorare in contesti reali, di risolvere problemi concreti. Ma il sistema formativo, troppo spesso, continua a produrre conoscenza astratta, scollegata dal tessuto industriale e produttivo.
Il risultato è paradossale: da un lato imprese che non trovano competenze, dall’altro giovani qualificati che non trovano lavoro. In mezzo, una generazione sospesa, disillusa, costretta a guardare altrove.
Quando l’imprenditorialità esce dal dibattito educativo. Negli anni ’80 e ’90 l’idea di “mettersi in proprio” faceva parte del linguaggio comune. Oggi, invece, fondare un’impresa non è più considerata una strada possibile, soprattutto per i giovani.
Scuola, università e famiglia – spesso in buona fede – orientano verso percorsi ritenuti “sicuri”: grandi aziende, concorsi pubblici, posti fissi. Il messaggio implicito è chiaro:
👉 rischiare è sbagliato
👉 sbagliare è pericoloso
👉 intraprendere è da incoscienti
Così, l’iniziativa personale e il coraggio imprenditoriale vengono lentamente espulsi dall’educazione.
Il mito della sicurezza del posto fisso. La stabilità lavorativa è diventata un dogma. Un rifugio psicologico in un mondo incerto. Ma questa visione, per quanto comprensibile, ha un costo enorme per il Paese.
Il “posto sicuro” non è più una garanzia di benessere, né di crescita personale. Spesso è solo una comfort zone che spegne talento, creatività e ambizione.
Un Paese che non rischia, non innova. Un Paese che non innova, si ferma.
Uno sguardo oltre confine. In molti Paesi – come Stati Uniti, Regno Unito e Germania – l’imprenditorialità viene insegnata sin dalle scuole superiori.
I ragazzi imparano a:
- sviluppare un’idea
- costruire un modello di business
- lavorare in team
- affrontare il rischio e il fallimento
In Italia, invece, l’educazione imprenditoriale è marginale, quando non del tutto assente. E questo alimenta sfiducia, paura e immobilismo.
Il prezzo dell’assenza di cultura imprenditoriale. Senza una cultura dell’iniziativa:
- aprire un’impresa appare impossibile
- la burocrazia spaventa
- la fiscalità scoraggia
- il supporto istituzionale è debole
Il risultato è una stagnazione del mercato del lavoro e una perdita di competitività. Le startup, che altrove sono il motore dell’innovazione, in Italia faticano a nascere e a crescere.
La fuga di cervelli: una ferita aperta. Quando il sistema non valorizza il talento, il talento se ne va.
È così che nasce la fuga di cervelli.
Giovani laureati, tecnici specializzati, professionisti preparati scelgono di trasferirsi in Svizzera, Germania, Regno Unito, Stati Uniti. Lì trovano:
- meritocrazia
- opportunità reali
- salari adeguati
- percorsi di crescita
Ogni giovane che parte è una perdita doppia: economica e culturale. Formiamo competenze che poi regaliamo ad altri Paesi.
Cambiare rotta: è ancora possibile. Invertire la tendenza non è semplice, ma è possibile. Serve un cambio di paradigma che coinvolga istituzioni, scuola, imprese e famiglie.
Cinque azioni concrete possono fare la differenza:
- Educazione imprenditoriale nelle scuole
Insegnare ai ragazzi come nasce un’impresa, come si gestisce un progetto, come si affronta il rischio. - Semplificazione burocratica
Meno ostacoli, meno paura, più velocità per chi vuole creare valore. - Finanziamenti e incentivi mirati
Fondi accessibili, mentoring e accompagnamento reale per i giovani imprenditori. - Raccontare modelli positivi
Dare visibilità a chi ce l’ha fatta in Italia, per dimostrare che è possibile. - Costruire ecosistemi di supporto
Incubatori, ITS, coworking, reti di mentorship: luoghi dove il talento incontra opportunità.
Conclusione: il coraggio di scegliere il futuro.
L’Italia non è povera di talento. È povera di fiducia nel talento.
Restituire dignità all’imprenditorialità, valorizzare la manualità, riconnettere scuola e impresa non è solo una scelta economica: è una scelta culturale e morale.
Se vogliamo fermare la fuga di cervelli, dobbiamo prima liberare il coraggio di creare.
E questo coraggio si insegna, si coltiva, si trasmette.
Giovanni Matera
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